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La botanica del cuore.


Chiusero a chiave e se ne andarono. Passò del tempo, non so quanto tempo. Mi alzai dalla sedia. Sul viso avvertivo lo spesso e freddo silenzio della stanza.
Aprii la finestra e mi calai giù stretta al tubo della doccia. Poggiai i piedi sui rami del lillà lì sotto. Scesi fra i rami e toccai terra.
Fuori, sul prato davanti alla casa ritrovai i miei gatti Fano e Isidore. C’era anche Kiki una gazza ammaestrata che mi si posò subito sulla spalla.
Insieme ce ne andammo.
Camminavamo in aperta campagna senza sapere dove andavamo. Così navigammo fra latitudini e longitudini.
Si andava per campi di grano,papaveri,siepi,sentieri… ad un incrocio trovai nell’erba dei bianchi foglietti annotati che raccolsi e misi in tasca.
Arrivammo ad una grande chiesa. Spinsi una porta ed entrammo in un luogo stretto fra due mura. C’era una panca: stanca com’ero mi sedetti…Kiki prese subito a giocare con delle perline di vetro sparse lasciate lì da qualche bambina…Curiosa tirai fuori i foglietti raccolti e cominciai a leggere. Era una poesia.
*Nota del curatore: la poesia era firmata sul fondo di un foglietto da Marco Modi – lo conoscevo- l’avrà persa in uno dei suoi vagabondaggi. A quei tempi era/si definiva un poeta-operaio/turnista. Erano tempi in cui esistevano le riviste di poesia,i preti operai,i consigli di fabbrica,e molte altre cose che ho dimenticato… Non c’erano internet e foto digitali ma circoli Arci e sale parrocchiali…
La poesia è stata poi stampata su “Repubblica” del 16 maggio 19 nella rubrica “La bottega della poesia”.

La Botanica del cuore

Tutto ansimante arrivò dall’orizzonte.
Superò un bosco di betulle
s’inchinò e le baciò la mano.
Intanto da qualche parte
un topo attaccò a rodere
un pomello
di una vecchia credenza.
Così quelle stanze
le sua guance
le stampe le ante
il bosco
il biancospino e il bosso
-ti amo che più non posso-
e ancora il tasso barbasso
una strana pervinca
metà celeste metà viola
-per il dolore per la gioia-
un picchio che lì volava
una tinca giù nel fosso
delle bacche-perline
un vinco arancione
e la sanguinaria.
Fin nelle vene
si spalancò il tramonto.
Affogammo nel rosso
e svanimmo nell’aria.

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